Su quel verbo, scartare, conviene fermarsi: è il filo che tiene insieme sette giorni altrimenti scollegati. A Roma il Consiglio dei ministri ha varato un decreto che vieta il volto coperto nelle aule e fissa al 30 per cento la quota massima di alunni non italofoni per classe; salvo ammettere, per bocca del ministro dell’Istruzione, che toccherà un migliaio di classi, lo 0,3 per cento del totale. Non è una riforma della scuola: è un confine disegnato perché lo si veda. Nello stesso momento, a Shenzhen, la lingua di internet ha fissato un termine nuovo: guàbì, «appeso al muro», come un oggetto lasciato a una parete e dimenticato lì. Sono i ragazzi che hanno rinunciato insieme al lavoro stabile e ai legami: non l’orgoglioso rifiuto del tangping, ma un’uscita di scena silenziosa.
Quanto alla politica, l’Europa si è mossa in due direzioni opposte. In Germania l’AfD, dopo aver sfiorato il 38 per cento in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e aver cancellato la CDU dal parlamento regionale, mercoledì ha consegnato a Friedrich Merz un’agenda di governo, da partito che si prepara a governare. Nel Regno Unito è accaduto l’inverso, con Reform UK scivolata al terzo posto dietro laburisti e conservatori. L’onda populista, insomma, non è un fenomeno meteorologico: cresce o si ritira a seconda di chi le sta di fronte.
Restano gli Stati Uniti, dove i democratici arrivano a quaranta giorni dal voto con undici punti di vantaggio e perdono per un solo voto, in aula, la risoluzione che avrebbe fermato la guerra con l’Iran. Vincere nei sondaggi e perdere nelle sedi dove si decide: è quello che capita a un’opposizione quando il consenso le arriva prima del potere.
- Un pontefice riempie la Parigi laica mentre la destra prende due strade opposte
- Undici punti di vantaggio nei sondaggi, un voto di scarto in aula
- La festa dei ricongiungimenti, e un nome nuovo per chi non ne ha
- Due grammatiche per una sola tecnologia
I due discorsi che hanno segnato la settimana parlavano della stessa macchina. Il primo invitava il mondo a corrergli incontro più in fretta, il secondo si chiedeva che ne sia delle persone che quella macchina misura. Fra questi due poli si dispone ogni altra vicenda di questi giorni.
Si guardi che cosa faccia davvero il decreto italiano: quasi nulla, per ammissione del ministro che l’ha firmato. La sua funzione non è amministrativa ma cartografica, perché traccia una linea e mostra a tutti dove passa. Lo stesso istinto, declinato in altro modo, attraversa il dibattito tedesco sulla Brandmauer e quello americano su chi debba essere considerato elettore legittimo.
La Cina ne offre la versione priva di qualsiasi cornice politica. Il guàbì non è un movimento, né una protesta, né uno slogan: è il nome delle persone che la macchina della crescita ha semplicemente posato a terra. E che la lingua comune abbia avuto bisogno di coniarlo proprio nella settimana in cui il Paese celebrava la festa dei ricongiungimenti familiari è la cosa più eloquente accaduta in tutto il mondo.
Restano gli americani, che hanno prodotto il paradosso più netto: i sondaggi migliori dell’intera legislatura e una guerra che non riescono a fermare per un voto soltanto, in un Paese le cui maggiori istituzioni private hanno già deciso di non combattere. La lezione non è che l’opposizione sia debole, ma che forza elettorale e forza istituzionale hanno preso strade diverse. E chi finisce nello spazio vuoto fra le due, come suggerisce il vocabolario appena coniato in Cina, raramente ha voce in capitolo.