Due giorni prima il Washington Post aveva pubblicato i documenti riservati della raccolta fondi per il salone delle feste della Casa Bianca: trecentotrentatré milioni di dollari, di cui almeno settantasette da offerenti rimasti anonimi, cinquantasette donazioni oltre la soglia dei centomila, venticinque milioni a testa da Nvidia e da Apple, ventidue da Alphabet attraverso un trust. Nessuna regola è stata violata e il cantiere va avanti.
I due fatti parlano della stessa cosa vista da due lati opposti. In Francia la protesta è arrivata fino ai palazzi delle istituzioni e li ha aggrediti: l’atrio del municipio di Marsiglia invaso, un ufficio del turismo di Lione dato alle fiamme, a Parigi il basamento della Marianna di place de la République smontato pezzo per pezzo. A Washington i muri di un palazzo pubblico sono invece diventati un cantiere pagato da chi ha contratti federali da negoziare e, in un caso, da chi ha ottenuto una grazia presidenziale. La distanza fra governanti e governati si è misurata proprio lì: in Francia sono stati presi d’assalto, a Washington se ne rifà uno con il denaro dei privati.
C’è poi un terzo fenomeno, meno visibile. Il blocco delle scuole nato nella banlieue parigina ha raggiunto in quattro giorni la piazza Syntagma di Atene, il ministero dell’Istruzione di Tirana, le università di Buenos Aires e dieci città italiane. Dietro non c’è un’organizzazione comune: gli studenti si copiano a vicenda. In Cina hanno perso valore due simboli di prestigio: il master preso all’estero e la borsa firmata Louis Vuitton. Il manifestante di Limoges e la ragazza che a Shanghai compra una borsa di seconda mano non hanno nulla in comune, se non una cosa: non danno più per scontato ciò che i loro genitori consideravano acquisito, la scuola pubblica in un caso, il prestigio di un marchio nell’altro.
- Macron promette che chi ha distrutto pagherà, in Italia arriva il «No Meloni Day»
- Record di voto anticipato in Georgia, 333 milioni di donatori privati per la Casa Bianca
- Meno inviti a colloquio per chi ha studiato all’estero, meno clienti per le grandi marche occidentali
- Tende ad Atene, un ministero in fiamme a Tirana, cortei a Buenos Aires e in dieci città italiane
A Washington i donatori hanno agito nel rispetto delle regole; a Limoges la protesta non aveva capi con cui trattare. La settimana si è giocata fra questi due estremi.
La protesta degli studenti è arrivata in cinque Paesi senza un’organizzazione comune: ci si copia a vicenda. Per questo si allarga in fretta, ma anche per questo non c’è nessuno che possa trattare con i governi a suo nome.
In Cina il cambiamento è più silenzioso: niente cortei né elezioni, ma i giovani comprano sempre più lusso di seconda mano, un master americano fa ottenere meno colloqui e sui social si parla di «consumo lucido», cioè di spendere solo dopo averci pensato bene.
Le date da tenere d’occhio sono vicine. Il 3 novembre votano gli Stati Uniti, e l’affluenza anticipata è già superiore di quasi un quarto a quella del 2022; il 17 novembre l’Assemblea nazionale francese vota la manovra da 54 miliardi che ha innescato tutto; il 29 vota la Spagna. Che ci sia rabbia, i sondaggi lo dicono da mesi. La domanda è dove andrà a finire: una parte si è messa in fila ai seggi della Georgia, un’altra davanti al portone di un comune francese, e nessuno sa ancora quale delle due stia crescendo più in fretta.